Muse - The 2nd Law

27.09.12 - posted by wvs

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Anticipato il 27 Giugno scorso dal singolo "Survival", primo estratto nonché canzone ufficiale delle Olimpiadi di Londra 2012, il 1° Ottobre prossimo uscirà nei negozi The 2nd Law, sesta fatica di Erc... ehm... dei Muse. Nelle radio invece, già dal 20 Agosto è possibile ascoltare "Madness", secondo estratto dal disco che colpisce soprattutto perché si discosta significativamente dal predecessore.

Ecco, è questa la cosa che balza all'orecchio durante l'ascolto di questo lavoro, è dell'eterogenità delle canzoni che lo compongono che ci si accorge subito. Sia chiaro, sono i Muse, solenni ed epici come ce li si aspetta, ma ogni canzone pare fine a se stessa. Le tracce sono prive di collante fra di loro, fatta eccezione dei testi. Se non fosse per quelli, appunto, ascoltando una canzone al giorno, difficilmente riuscireste a credere che facciano parte dello stesso lavoro. Ma dei testi ne parliamo più avanti nell'articolo, ora vorrei concentrarmi sul lato musicale di quest'opera.

Quello che ci si accinge ad ascoltare è il solito disco del terzetto inglese: le chitarre impetuose e i falsetti prorompenti di Matthew Bellamy come sempre accompagnati dal basso effettato di Chris Wolstenholme (che, tra l'altro, per la prima volta nella storia dei Muse ha composto e cantato due pezzi per questo lavoro, "Save Me" e "Liquid State") e la batteria precisa e potente di Dominic Howard. L'unico sentore di cambiamento lo faceva trapelare erroneamente il secondo estratto, ma è nel pezzo intitolato "The 2nd Law: Unsustainable" che c'è di che imbarazzarsi durante l'ascolto. È infatti questo il brano della discordia, in quanto composto nella sua interezza da sonorità dubstep, un genere esploso nell'ultimo biennio - soprattutto nel vecchio continente - grazie a (o per colpa di) DJ del calibro di Skrillex e chi per esso, e che di certo si discosta dai gusti dell'ascoltatore medio dei Muse che si aspetta si sperimentazioni di qualsiasi genere, ma che abbiano a che fare con la matrice classica della band o comunque del rock in genere.

Fortunatamente, come ho vi ho anticipato qualche riga fa, il lavoro non delude nella sua interezza. Degni di nota, infatti, sono i testi che lo compongono.

Le liriche affrontano quelle che sono le tematiche portanti dell'informazione odierna, tematiche scottanti come non mai: dipendenze, crisi, povertà e ingiustizia in genere. Argomenti questi che, purtroppo, toccano tutti al giorno d'oggi e che quindi richiamano l'attenzione su di esse, aggiungendo spessore a musiche che possono piacere o non piacere per nulla.

Musicalmente parlando, lo sforzo di allontanarsi dai precedenti lavori è minimo, è infatti da Absolution (disco del 2003 che, tra le altre cose, dopo domani, il 29 Settembre, compirà nove anni!!!)  in poi che si ha l'impressione che la band fatichi ad osare e, dubstep a parte, quello che propina è la solita mistura di chitarre, virtuosismi vocali ed archi.

Ci sono persino due o tre... tributi? (...plagi?) ...citazioni? ...chiamiamoli 'echi' che ricordano pezzi da novanta nella discografia mondiale.

Il primo si presenta nella traccia d'apertura, infatti durante l'ascolto di "Supremacy" pare di ascoltare una reinterpretazione della celebre "Kashmir" dei Led Zeppelin, in "Panic Station" invece le sonorità sono esplicitamente anni '80 scomodando niente di meno che gli INXS, mentre in "Animals" riecheggiano sonorità alla Radiohead, tanto che la parte ritmica si rifà quasi totalmente alla celebre "15 Step" contenuta nel loro celebre In Raimbows del 2009. Ascoltare per credere!

Dopo svariati ascolti si capisce che purtroppo le idee sono poche. A conferma di questo ci sono pezzi come "Follow Me", dove la band cade nel tranello in cui nell'ultimo decennio decine di altre band, cavalcando l'onda del successo, sono cadute: l'autocitazione. Non esagero dicendo che il pezzo potrebbe tranquillamente essere scambiato come uno scarto degli altri lavori pubblicati fino ad oggi. Pare di ritrovarsi di fronte alla solita manfrina che, per carità, funziona perché dei Muse tutto si può dire tranne che non siano bravi musicisti, ma c'è da dire che al secondo ascolto o sei un fan o sei un ascoltatore annoiato.

In sintesi: il disco non è da buttare, assolutamente no, ma le aspettative in un certo senso non vengono ricompensate. Un lavoro che, ahimè, non va più in la di un 'già sentito'.


L'innovazione, purtroppo, è la fregatura più grossa in cui possa imbattersi una band innovativa.

 

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