Sufjan Stevens - The Age Of Adz

22.10.10 - posted by Uno dei Tanti

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Dopo cinque lunghissimi anni di attesa, vede finalmente la luce l’attesissimo nuovo album in studio di Sufjan Stevens, The Age of Adz. In realtà poche settimane prima era già uscito un Ep, il bellissimo All Delighted People che, data la lunghezza e la cura, potremmo considerare un album a tutti gli effetti. Tanto quell’ Ep ci aveva restituito un Sufjan all’altezza dell’inarrivabile capolavoro che è Illinois, tanto questo The Age of Adz ci spiazza completamente per la distanza siderale da tutti i lavori precedenti. Si era letto della “svolta” elettronica di questo nuovo album, ma è decisamente riduttivo liquidare la questione con una sola e troppo semplice definizione. Prima di decidere se buttare giù o meno queste mie considerazioni sull’album c’ho pensato molto, perché con il succedersi degli ascolti la mia percezione del disco è cambiata molto, e conoscendo la musica di Sufjan e l’effetto di sedimentazione nell’intimo di cui è capace, ho voluto ascoltare bene. La svolta elettronica è decisa e convinta, ma, ripeto, non si tratta solo di questo. L’album comincia con Futile Device, una traccia delicata che si inserisce perfettamente nel solco della “tradizione “ dei lavori precedenti, tanto da far pensare che sia il solito Sufjan. A questa segue la prima sorpresa, Too Much parte come un elettro-pop di alto livello, dopo 2-3 ascolti ti si pianta in testa per i successivi 10 giorni, quasi fosse un pezzo dei Phoenix, ma a circa 2/3 di questo brano ti accorgi che non tutto è così semplice da definire, perché comincia ad emergere la complessità delle architetture sonore che proseguiranno per tutto il resto dell’album, piuttosto lungo. Tale complessità è evidente nella successiva title track, un “brano calderone”, in cui si alternano momenti di psichedelia e atmosfere da sci-fiction a ritorni alle tipiche orchestrazioni folk di Sufjan che tanto ci hanno deliziato in Illinois, fino alla fusione delle due componenti che produce qualcosa che al momento non saprei ancora come definire. È un’ alternanza che ritornerà in tutto l’album, con momenti di picco assoluto e altri forse più trascurabili. La successiva I Walked ad esempio, è un bellissima elettro-ballata malinconica sull’amore perduto in cui viene fuori tutta la delicatezza di cui è capace Sufjan, così come nell’eterea Now That I’m Older. L’utilizzo di cori e voci rielaborati è una costante del disco e va ad unirsi al suo falsetto generando un effetto melodico ondeggiante, con derive e ritorni che ti distruggono l’animo e a volte commuovono. Dopo le due tracce forse più deboli del disco, in cui è facile cogliere echi di Animal Collective, sempre però rimpolpati dai fiati e dall’orchestrazione che già conosciamo, arriva il pezzo probabilmente più bello dell’album, Vesuvius, che dimostra come questo lavoro sia il risultato della profonda necessità di Sufjan di proseguire nel suo percorso di scoperta artistica sopratutto attraverso la messa a nudo del suo animo, senza temere di mostrarsi. Non è un caso allora che nel brano, che è forse la sintesi ultima di questo passaggio decisivo nella sua produzione musicale, compaia questo verso:

Sufjan, follow your heart
Follow the flame, or fall on the floor

Questo brano spiana la strada alla forma definitiva della musica del nuovo Sufjan, di cui si gode pienamente negli ultimi pezzi del disco, All For Myself e I Want To Be Well, brani che hanno ormai assorbito l’amalgama tra il vecchio e il nuovo approccio e lo presentano in due modi diversi, con la seconda molto vicina ai Radiohead, soprattutto nel finale.
L’ultima traccia, Impossibile Soul, che deflagra la forma canzone con una durata di 25 minuti, è composta da 5 movimenti che ripropongono ancora una volta l’alternanza tra il folk ampliato di Illinoise e l’elettro-pop più curato, in un momento ti sembra di ascoltare un artista tutto rannicchiato in se stesso e un momento dopo ti ritrovi ad una specie di festa di studenti di college californiano. Il finale, però, Sufjan lo dedica ad un arpeggio delicato che idealmente si ricongiunge al brano di apertura quasi a ricomporre in cerchio quella che potrebbe apparire una prima uscita dai territori soliti.

Nell’album si trova un artista nuovo, che non abbandona per nulla il suo lavoro precedente, ma che riesce a liberarsi di schemi e generi per cercare la sua personale “nuova vita”. Se da un lato, per molti versi, il lavoro può sembrare eccessivo, troppo ridondante, soprattutto nella spasmodica ricerca dell’accumulo di stili e suoni diversi, è indubbio che l’album sia molto affascinante e ricco di spunti. Sicuramente non è un lavoro perfetto, e probabilmente non lascerà la stessa traccia di Seven Swan o di Illinoise semplicemente perché l’elettronica utilizzata porta necessariamente ad una maggiore freddezza rispetto alle atmosfere tipiche di quegli album precedenti, fatte di malinconiche e dolcissime melodie che lasciavano molto spazio all’empatia, ma di certo é un atto coraggioso che merita tutto il rispetto dovuto ad un artista che, se è tale, capisce che la cosa più importante per restare liberi nell’arte è appoggiare con coerenza il proprio bisogno di evolvere.
 

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